Difficile scrivere qualcosa di sensato quando una madre si dà fuoco e altre due tentano il suicido. E’ accaduto a Tunisi in questi giorni. Dopo il gesto di Jannet Rhimi, da giovedì ricoverata all’ospedale per le ustioni riportate, altre due madri hanno agito sul proprio corpo l’esasperazione di più di un anno di attesa. Certo, c’è il dolore per i propri figli scomparsi, ma di fronte a gesti così estremi dovremmo chiederci tutte e tutti che cosa stia avvenendo e come sia possibile fare insieme qualcosa affinché non siano i corpi di queste madri a bruciare per poter ancora parlare.
Anche noi, che insieme alle madri e alle famiglie dei migranti tunisini dispersi abbiamo dato luogo alla campagna “Da una sponda all’altra: vite che contano”, nell’ultimo periodo siamo rimaste silenziose. Che dire, infatti, dopo le infinite iniziative (sit-in, presidi davanti alle ambasciate, alle prefetture, lettere ai ministri) quando nulla riesce a scalfire il silenzio, il tergiversare, la non chiarezza con cui le istituzioni italiane e tunisine hanno deciso di trattare tutta questa vicenda? Si scrive un comunicato, di solito, per comunicare qualcosa, per denunciare, per chiamare a un’azione. Continue reading



