Quando le resistenze agiscono (2)

Il 21 settembre, in Tunisia, sono stati arrestati otto artisti militanti. Questo è solo uno dei tanti episodi di repressione attraverso cui si stanno ricomponendo i poteri controrivoluzionari. Abbiamo conosciuto alcune delle persone arrestate perchè insieme a loro abbiamo condiviso dei momenti della campagna ‘Da una sponda all’altra: vite che contano’. Pubblichiamo questo articolo perchè la repressione colpisce quando le resistenze, con atti e parole, agiscono e non si limitano ad esprimere.

Cronache tunisine dall’esterno dell’interno. Tra libertà provvisorie e atti di “fellagha”.                                                                 Federica Sossi

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“Sono stancaaaaa, persino i nomi si mescolano nella mia mente. Non so più chi è arrestato e per che cosa”.

Ci avevano raccontato, un tempo non molto lontano, dopo un giorno di gennaio, che quella rivoluzione era stata fatta con facebook, mentre la farcivano di gelsomini ed evocavano primavere. Una rivoluzione virtuale che apriva il cammino, un po’ affannoso forse, ma sicuramente in discesa, di una rapida transizione verso il sole della democrazia: libere elezioni, lunghe file alle urne, un partito maggioritario, islamista ma moderato, la formazione di un governo, e una fase costituente alla fine della quale si sarebbero trovati tutti nel regno compiuto della democrazia rappresentativa così cara al mondo avanzato. Le avevano assegnato delle date d’inizio e di fine, un tempo breve per le sommosse e il caos nelle strade, da coprire con l’ammirazione e lo stupore generalizzati dinanzi a un risveglio improvviso praticato attraverso l’arma gentile di uno schermo a partire dal quale, poi, nel tempo di transizione, lasciare fluire le proprie parole, libere espressioni innocue che avrebbero permesso di assaporare il gusto meraviglioso dello scambio d’opinione e del fervore della società civile, sale di ogni sana democrazia. L’Ue, che aveva partecipato alla costruzione di questo racconto, per cercare di rendere più allettante quella strada in discesa aveva riversato persino qualche finanziamento, in un tempo di crisi avaro di sprechi, per creare dal nulla e in tutta fretta una società civile associativa secondo il modello rodato delle società occidentali, cercando di incanalare in tal modo il desiderio di ribellione e di karama (dignità) espresso nelle strade verso la neutralizzazione degli statuti, dei presidenti, dei funzionari salariati e degli indispensabili dépliant patinati per pubblicizzare il lavoro dell’associazione.

A nemmeno tre anni di distanza questo racconto è ormai del tutto inceppato e costringe i suoi autori o divulgatori a ritirarsi dietro le quinte di un grande silenzio imbarazzato, privo di qualsiasi iniziativa. 17 dicembre-14 gennaio 2011, data di inizio e di fine della rivoluzione virtuale e di una delle “primavere arabe”: si gira il film il grande risveglio. Inverno-estate 2013: rientro della troupe e ritorno al sonno, con il timore che anche lì, da dove la primavera era iniziata, il crepuscolo precipiti verso l’incubo di una totale instabilità costellata dalle azioni di gruppi jihadisti interni ed esterni al paese.

Chi nelle piazze, nelle strade, nelle kasbe c’è stato, però, e a quella rivoluzione ha partecipato, ha sempre fatto altri racconti. A partire da facebook, indispensabile certo, ma come cassa di comunicazione di qualcosa di intensamente reale, un sommovimento di corpi, di esistenze, di spazi, pratiche di invenzione per sfiancare la resistenza del potere, rabbia e dolore per i propri compagni rimasti per strada, la scoperta della propria forza ma anche della propria debolezza e della forza e della solidità del potere. Non una data di inizio e di fine, ma altre date precedenti di resistenze e rivolte finite nel sangue, e il 14 gennaio come inizio di un’altra fase in cui non lasciare al potere la possibilità di ricomporsi, attraverso la difesa dei propri quartieri, attacchi ai commissariati, resistenze improvvisate contro una violenza scatenata, occupazioni della Kasba, marce dalle città dell’interno verso i luoghi del potere, sommovimenti degli spazi europei con il proprio libero movimento, e poi, ancora, una certa indifferenza per i giochi della democrazia rappresentativa e la spartizione delle poltrone mentre la disoccupazione era lì, che continuava a divorare le vite, un diffuso disprezzo per i brevi vagiti di centinaia di associazioni create per essere finanziate, una delusione per la propria debolezza dopo i momenti della grande forza, il sospetto che la decantata libertà d’espressione fosse l’immagine abbellita di parole che si perdevano nel vuoto, una depressione generalizzata anche, carica di motivi, non ultimo quello di ritrovarsi nella normalità della povertà di sempre, di prima e di dopo, con le proprie esistenze soffocate dall’assenza di prospettive e l’aggravante di un sogno dell’Europa infranto dalle immagini che l’Europa aveva rimandato al mittente del suo trattamento degli harraga rivoluzionari che avevano attraversato il Mediterraneo nei primi mesi del 2011. Poi, scioperi, rivolte, sit-in, occupazioni, sperimentazioni di autogestione, esodi, sì, esodi persino, con marce verso l’Algeria degli abitanti delle zone di confine o marce di abbandono della propria città quando il nuovo potere che si contestava restava lì con le sue arroganze e le sue incapacità a non sapere chi governare. Su tutto, sovrastanti, i fantasmi dei martiri della rivoluzione e quelli dei migranti tunisini dispersi, scomparsi nel “nulla” delle innumerevoli barriere delle politiche di governo e controllo delle migrazioni riproposte instancabilmente dall’Ue e dai suoi stati membri persino al paese di cui stavano assicurando la “transizione”.

Un altro film, con altre trame. Comprese quelle più nascoste e difficili da inseguire di strani movimenti di armi, doppi giochi e doppi linguaggi degli uomini politici più affermati, occupazioni dei luoghi chiave del potere attraverso la consuetudine della corruzione, finanziamenti da parte delle petrocrazie accompagnati dalle scelte neoliberiste già note, e spazi d’azione continuamente inghiottiti da un apparato poliziesco e giudiziario mai rinnovati. Più chiara, invece, e composta alla luce del giorno, la trama della richiesta da parte del governo della rinascita (Ennahda) di un ulteriore prestito al Fondo monetario internazionale, senza alcuna parola sulla possibile sospensione del pagamento del debito e con la supina accettazione della consueta tabella di marcia della liberalizzazione dell’economia, del settore bancario e finanziario e delle politiche di austerità.

Ha fatto seguito l’imperscrutabile scenario degli ultimi mesi. Dopo le prove generali della caccia a pallettoni degli abitanti di Siliana, accecati dalla polizia nel novembre 2012, si inizia il 6 febbraio 2013 con i colpi di pistola che lasciano sull’asfalto accanto a casa Chokri Belaïd e con lo sconcerto dei giorni seguenti, con le impetuose manifestazioni di giorno, il coprifuoco della paura al tramonto, una rabbia generalizzata che nei quartieri periferici della capitale e nelle province dell’interno non segue unicamente la strada della protesta indignata indicata dal Fronte popolare, ma quella di una violenza diffusa, di collera, di distruzione, di vuoto. Si continua nell’assenza di iniziativa e con gli enigmi delle complicità, un rimpasto governativo e le accuse da parte del Fronte popolare agli uomini al governo di essere i mandanti dell’assassinio, le inchieste di un giornalismo indipendente che lasciano profilare il sospetto dell’esistenza di un apparato parallelo in contatto con Ennahda e dagli obiettivi sconosciuti. Gli assassini, intanto, vengono individuati, o meglio, dal ministero degli interni piovono annunci sulla loro identificazione e individuazione, ma i loro corpi poi si dissolvono nel nulla ad ogni tentativo o dichiarato tentativo di cattura. Ansar Al-Sharia, nel frattempo, uno dei numerosi gruppi salafiti attivi nel “post rivoluzione”, comincia ad assumere i tratti pubblicizzati dell’unico nemico, e le regioni dell’interno al confine con l’Algeria diventano i luoghi dove si concentra l’azione della caccia al terrorista relegato al confine, se non addirittura spostato al di là del confine in alcune bizzarre dichiarazioni governative che sfiorano gli incidenti diplomatici quando lasciano intendere una complicità dell’Algeria. E’ poi la volta di Mohamed Brahmi, nel caldo di un giorno di Ramadan e durante il cinquantaseiesimo anniversario della Repubblica, anche lui freddato davanti a casa dopo che al ministero dell’interno, nei giorni precedenti, qualcuno aveva “perso” la documentazione dell’avvertimento della sua possibile esecuzione da parte dei più che fallibili servizi informativi americani. Non sempre, infatti, dichiarerà Ben Jeddou qualche mese dopo, a documenti “ritrovati”, la Cia dà informazioni sicure e spesso le sue allerte si sono dimostrate infondate. Comincia il sit-in permanente di Bardo, duramente represso proprio la notte del suo inizio dopo i funerali di Brahmi, dove all’esterno le forze dell’opposizione pretendono le dimissioni del governo, individuano e sanciscono accordi di “Salute o Salvezza nazione”, e all’interno l’Assemblea costituente sospende i suoi lavori per la dimissione in massa di un gruppo di deputati, mentre dal monte Chaambi parte un attacco in grande stile al cuore dello stato, con l’uccisione di otto militari. Finisce il Ramadan e continua il sit-in di Bardo, continua il blocco dei lavori dell’Assemblea costituente, continuano le operazioni di bombardamento delle pietre di un monte, da una parte e dall’altra del confine, il dialogo con l’Algeria sembra ricomporsi proprio a partire dai colpi di fucile e le esplosioni dei due eserciti contro un nemico comune, mentre stando agli innumerevoli trafiletti dei media sulle modalità di messa in sicurezza della zona ci si deve immaginare un monte completamente disboscato, continua, imperterrita, anche l’ostinazione al potere da parte di Ennahda, con il solito ministro dell’interno che in un giorno qualsiasi d’agosto annuncia con grande candore che non solo non è in grado di assicurare l’incolumità di tutte le personalità politiche o di chiara fama che hanno ricevuto minacce di morte ma nemmeno quella della sua stessa persona, intanto l’Ugtt, lo storico sindacato dei lavoratori, prova a inventare tabelle di marcia per uscire dallo stallo comunicativo tra la troika al governo e le forze di opposizione, immancabilmente accettate da quest’ultime e declinate dalle prime. Strade, grandi superfici commerciali, ronds-points d’entrata e d’uscita di piccole e meno piccole città, vengono presidiati da pattuglie di polizia che fermano i numerosi louages che assicurano il trasporto pubblico in cerca di armi e ogni tanto le trovano, le frontiere con la Libia vengono chiuse e riaperte a intermittenza, si rendono noti e si smentiscono nello spazio di qualche ora o di qualche giorno tentativi di attentati in luoghi pubblici o di messe a morte di uomini e donne politici rappresentanti delle forze all’opposizione.

Infine, le ultime battute di questi giorni. Il tempo di una settimana, dal 22 al 28 settembre, di cui si può provare a fare un breve elenco, dimenticando sicuramente qualcosa: il ministro dell’interno mette sull’avviso Hamma Hammami di un serio tentativo di omicidio nei suoi confronti, risponde quest’ultimo qualche giorno dopo, sulle onde di un’emittente radiofonica svelando che il piano puntava in realtà a un triplice omicidio: oltre al suo, quello di sua moglie, Radhia Nasraoui, paladina di sempre contro le torture del potere di ieri e di oggi, quelle dei tempi della dittatura e quelle del periodo della “transizione democratica”, e niente meno che all’omicidio dello stesso ministro dell’interno; sempre quest’ultimo avanza un soddisfatto bilancio dell’operato degli apparati di sicurezza che avrebbero impedito il progetto jihadista di tripartizione della Tunisia in tre emirati; sul monte Chaambi, ormai bombardati da mesi, assicura ancora Ben Jeddou, si trovano 14 terroristi, conosciuti e persino filmati durante i loro addestramenti dai servizi di polizia, altri 14 si troverebbero a Jebel Samama, 12 sarebbero algerini, mentre alle sue 28 persone bombardate e filmate ma mai arrestate si contrappone la cifra di un esercito di 10.000 jihadisti che dalla Libia si preparerebbero a seminare il terrore in Tunisia, secondo le libere parole di Mohamed Salah Hadri, presidente del partito “Giustizia e sviluppo” ex colonello ora in pensione; lo stesso ex colonnello a un altro giornale dichiara che Abou Iyadh, alias di Seifallah Ben Hassine, leader di Ansar Al-Sharia, ricercato dal giorno dell’assalto all’ambasciata americana, si troverebbe attualmente in Libia ideando attacchi nel suo paese d’origine con il gas sarin; un controllo di polizia a Bab Al Jazira, quartiere al centro della capitale, porta all’ospedale un poliziotto a causa della reazione di uno degli arrestati che dopo aver incendiato la macchina della polizia procede all’ormai consueta autoimmolazione; intanto, senza che l’ambasciatore tunisino in Libano sembri mostrare un grande affanno Hezbollah detiene sei donne tunisine, parte della schiera delle giovani partite verso la Siria per il jihad nikah – prestazioni sessuali gratuite a servizio degli jihadisti contro il regime di Bashar al-Assad – alcune delle quali riportate o ritornate in Tunisia nei giorni precedenti avevano destato l’attenzione persino della sonnecchiante ministra degli affari della donna, Sihem Badi, per un piano di integrazione sociale e di sostegno dei loro bebè mentre per ora loro si dovevano accontentare di far sentire la loro voce dietro le sbarre di una prigione; Marwa Maalawi, di vent’anni, militante del Fronte popolare che nel marzo scorso durante un presidio dinanzi al ministero della donna aveva esposto un cartello contro la ministra è stata messa agli arresti cautelati per la querela inoltrata contro di lei dalla stessa Sihem Badi.

camioncino

Torniamo, così, alla casella di partenza. “Sono stancaaaaa, persino i nomi si mescolano nella mia mente. Non so più chi è arrestato e per che cosa” è il commento che si poteva leggere il 27 settembre sulla pagina facebook di Azyz Amami al suo post in cui dava conto di una visita al carcere di Mornag ad Ahmed Ben Ahmed alias Klay BBJ, noto rapper tunisino, condannato il giorno prima a sei mesi di carcere dopo aver fatto ricorso alla precedente condanna in contumacia di un anno e sei mesi comminatagli insieme a Weld El 15. Erano stati arrestati a fine agosto al Festival internazionale di Hammamet e poi rilasciati, dopo l’uscita dal carcere di Weld El 15 nel mese di luglio quando la prima condanna per il clip della canzone Boulicia Kleb (I poliziotti sono cani) gli era stata mutata in sei mesi con la condizionale. Un giro dell’oca, uno esce dal carcere e va a un Festival a cantare una canzone con un amico, viene arrestato e poi rilasciato ma condannato in contumacia qualche giorno dopo sempre insieme all’amico il quale entra in carcere per sei mesi alla sentenza di ricorso. Ma un giro dell’oca di cui si perdono i nomi dei protagonisti, perché mentre Klay BBJ entrava in carcere, lo stesso giorno venivano rilasciati in libertà provvisoria Nejib Abidi e altri tre compagni, ma restavano in carcere gli altri 4 artisti arrestati insieme a lui il 21 settembre, durante l’irruzione della polizia all’alba nella sua abitazione da cui il giorno precedente erano già stati trafugati i materiali preparatori del documentario “Circulation”, sui migranti tunisini scomparsi, e le sue riprese degli ultimi due anni. Tutti insieme compariranno questo mercoledì, 2 ottobre 2013, dinanzi al Tribunale di Tunisi, per la prima udienza del loro processo. Prima della pedina provvisoriamente spostata in avanti da Nejib Abidi e delle pedine rimaste ferme degli altri quattro, il 24 settembre spostava la sua alla casella successiva anche Nasreddine Shili, attore, regista e produttore del documentario di Nejib e del nuovo film di Abdallah Yahya, uno dei quattro. Libertà provvisoria anche per lui, dopo un mese di carcere e prima che il 10 ottobre si chiarisca la sua posizione con il rischio di 7 anni da trascorrere dietro alle sbarre per aver gettato un uovo al ministro della cultura durante la cerimonia di commemorazione della morte dell’attore Azzouz Chennaoui. Qualche giorno dopo il suo gesto, Shili era stato arrestato insieme al cameraman che aveva immortalato il momento e che per questo era stato accusato di complotto. “Due arresti per un uovo gettato, nessun arresto per due omicidi” è una delle battute che si possono leggere sul web, insieme a quella di Amina Sboui, ormai distante dalle Femen, che dal suo esilio parigino in questi giorni ironizzava in questo modo: “A questo ritmo, con tutti questi artisti in galera, si potrebbe organizzare un Festival in prigione”. Ironia involontaria, invece, quella organizzata da Actif, acronimo dell’Association Culturelle Tunisienne pour l’Insertion et la Formation – attiva, certo, ma rigorosamente “apolitica”, come fa sapere nella sua pagina facebook – che dal 24 al 28 settembre ha organizzato lo “Human Screen Festival” con 58 film in concorso tra cui “Un retour” di Abdallah Yahya, già autore di “We are here”, che di certo non poteva prevedere mentre montava i suoi film che un giorno il pubblico in sala l’avrebbe “apprezzato e premiato in contumacia” durante un Festival del cinema sui diritti umani mentre si trovava ancora in prigione. Proviamo a riassumere solo con questi nomi e tralasciando gli innumerevoli altri, dal momento che pure a me, nonostante l’aiuto di pagine facebook e articoli di giornali su internet, i nomi si confondono nella mente e devo continuare a cliccare da una pagina all’altra per ricostruire il gioco dell’oca tunisino in tempi di “transizione”, acronimo di contro-rivoluzione.

Un breve riassunto, dunque, che potrebbe suonare così: “Free Weld” avevano gridato a giugno Ahmed Ben Ahmed alias Klay BBJ, Nasreddine Shili, Mourad Meherzi, Nejib Abidi, Abdallah Yahya, Yahya Dridi, Slim Abida, Mahmoud Ayed, Skander Ben Abid e forse Amal et Aya, le due studentesse di cui non si conoscono i cognomi arrestate e poi rilasciate in libertà provvisoria insieme a Nejib. “Free Nasreddine, free Mourad” avevano continuato a urlare Klay BBJ, Nejib Abidi, Abdallah Yahya, Yahya Dridi, Slim Abida, Mahmoud Ayed, Skander Ben Abid e forse Amal e Aya, ad agosto, dopo l’uovo di Nasreddine. “Free Nejib, Abdallah, Yahya, Slim, Mahmoud, Skander, Amal e Aya” dicevano dopo il 21 settembre i pochi compagni rimasti liberi a cui si sarà aggiunto, il giorno dopo la sua liberazione, anche Nasreddine Shili. “Free Abdallah, Yahya, Slim, Mahmoud”, hanno ripreso a urlare dopo la loro provvisoria liberazione Nejib Abidi, Skander Ben Abid e Amal e Aya, insieme a Nasreddine Shili e ad altri compagni pronti ad attraversare la soglia di una delle tante prigioni.

“Free”…. Già, liberi e libere. O meglio, “liberi” e “libere” come parola d’ordine portata nei flash mob di Tunisi o postata sui social network, post che rimbalzano da una pagina all’altra e che in alcune occasioni varcano i “confini web” della Tunisia. “Liberi”, perché appunto liberi non sono, entrano e a volte escono dal carcere, mentre i loro amici e le loro amiche, alcuni/e freschi/e di qualche mese dietro le sbarre, chiedono la loro libertà. “Liberi” e “libere”, allora, è la parola d’ordine che arriva dalla Tunisia da chi nelle strade e nelle kasbe c’era stato con il suo sogno e desiderio di karama, da chi aveva agito e raccontato una rivoluzione priva di gelsomini, con resistenze e rivolte che si perdevano nel prima e che sono continuate dopo il 14 gennaio, da chi ha stupito il mondo e fatto sognare e immaginare la forza di un karama non confinato, da chi quel karama l’ha continuato ad agire nonostante la scoperta della propria debolezza dopo i momenti della grande forza e la rabbia, spesso la depressione, dinanzi a un potere che si ricomponeva passo dopo passo, corruzione dopo corruzione, mossa di transizione dopo mossa di transizione, discussione dopo discussione sui mille emendamenti della Costituzione, debito dopo debito, mutismo dopo mutismo rispetto alle domande risuonate nelle strade durante il primo periodo della rivoluzione, e che cominciava a togliere spazio d’esistenza, di respiro, di possibilità di azione, a tutti coloro, tanti e tante, che continuavano a sognare un’altra libertà. “Liberi” e “libere” è la parola d’ordine che arriva dalla Tunisia, dal gruppo degli amici e delle amiche di Nejib Abidi, di Yahya Dridi, Abdallah Yahya, Jabeur Mejri, Nasreddine Shili, Amal e Aya, per citarne solo alcuni e alcune, che in questi tre anni e già prima avevano agito anche raccontando, con film, documentari, canzoni, murales, vignette, i volti nascosti della Tunisia, la povertà delle esistenze di tanti e di tante e la loro ricerca di dignità, talvolta i modi di ricomporsi del potere, la sua arroganza, e lo scontro quotidiano con la prepotenza della polizia. “Liberi” e “libere”, però, non è solo la loro parola d’ordine, ma quella dei molti e delle molte che si ritrovano dietro le mura del carcere senza riuscire a far apparire il loro nome sui post di facebook o di twitter dietro alla parola “free”, perché meno noti sulla scena tunisina, artisti e artiste “unicamente” delle loro ricerche e pratiche di libertà e dignità, spesso provenienti dalle regioni dell’interno in fretta riportate dal sistema che si stava ricomponendo dopo il 14 gennaio dietro il muro della loro invisibilità.

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“Free”… “Liberi” e “libere” di agire le loro pratiche di resistenza, di “fellagha”, come scrive ora Azyz Amami in una lettera a Edgar Morin, firmatario, insieme ad altri/e intellettuali, giornalisti, attivisti della scena francese, di un appello per sostenere i giovani in Tunisia (Soutenons les jeunes en Tunisie) in cui si chiede all’Ue di attribuire ad alcuni di loro, a nome di tutti e tutte, il premio Sakharov per “la libertà di pensiero”. “Free”, allora, anche di declinare l’invito, di passare qualche giorno davanti allo schermo del computer per compiere il proprio atto di fellagha, come un tempo contro i regimi coloniali, ora contro chi, volendo sostenere, continua ad evocare l’Europa con i suoi premi imbastiti con la retorica delle libertà di espressione, di spirito e di pensiero, dei diritti umani, così cari ai paesi “avanzati”. Prendeteci sul serio, se ci volete sostenere, per i nostri posizionamenti, i nostri atti di “fellagha”, per le nostre uova gettate a un ministro della cultura o sulle immagini degli uomini politici della contro-rivoluzione come è avvenuto qualche giorno fa in un flash mob sull’avenue Bourguiba, e non pensate di poterci aiutare attribuendoci un premio che celebra diritti umani, libertà di espressione, di spirito e di pensiero, mai rispettati, né in Tunisia, né altrove, quando le resistenze con atti o parole agiscono e non si limitano a esprimere. “Non è l’espressione ‘colpire un ministro’ ad essere condannata”, scrive Amami, “ma l’atto di rimettere al suo posto un ministro”. “Free”… di essere presi sul serio, di non partecipare all’attribuzione di premi e all’organizzazione “apolitica” di Festival dei diritti, che celebrano a parole libertà di espressione, di pensiero e di spirito mentre si continua a incarcerare o si tenta di neutralizzare, in Tunisia come altrove, ogni parola, gesto, azione, di posizionamento. “Free”… perché anche in Tunisia, dopo il 14 gennaio, il problema non è quello, unicamente, della libertà di espressione, come dimostrano tutte le libere parole di ministri e ed ex-colonelli con i loro filmati di terroristi “bombardati” ma non arrestati, con le loro informazioni sul gas sarin pronto in Libia per colpire la Tunisia, libere parole gettate nel vento di una “Tunisia à l’ère de la démocratie”, dal titolo di una delle testate internet, dove si può parlare senza che un tribunale vi chieda di verificare quando i vostri discorsi e le vostre pratiche soffocano ogni possibilità di libertà e dignità. “Free”… perché anche in Tunisia, dopo il 14 gennaio, come da molto tempo nei paesi “avanzati”, pullulano i Festival dei diritti, tanto più quanto più sono “diritti umani”, mentre nel frattempo si bloccano in mare o si finanziano altri paesi per farli bloccare donne, uomini e bambini che esercitano le loro pratiche di libertà e umanità, scappando dalla Siria in guerra, inventando i loro “reinsediamenti” in Europa come i rifugiati del campo di Choucha, o spezzando le mille frontiere del Mediterraneo come avevano fatto i migranti tunisini dopo il 14 gennaio.

“Free”… quando la propria “parola libera” irrompe sul palcoscenico dello “Human Screen Festival” di Tunisi, e urla la propria prigione come la prigione di tutti, come ha fatto Nejib Abidi in libertà provvisoria prima della proiezione di “Un retour”, il film di Abdallah Yahya, ancora in prigione, “che parla proprio di questo stato che condanna un popolo che vuole sognare”. “Quello che io e miei amici abbiamo visto a Bouchoucha, quello che abbiamo visto nei commissariati di polizia e nei tribunali, non è che la prova che questo popolo è colonizzato. Questo popolo deve lottare per liberarsi da una forza coloniale interna che lo spoglia quando lavora, quando riflette, quando vive, quando parla, quando guadagna il proprio pane…”.

“Free”…. Nejib Abidi in libertà provvisoria, Abdallah Yahya, Yahya Dridi, ancora in prigione, e tutti gli altri e le altre per le loro parole e atti di “fellagha”.

“Free”…

 (30 settembre 2013)

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