{"id":1010,"date":"2012-04-24T09:10:40","date_gmt":"2012-04-24T07:10:40","guid":{"rendered":"http:\/\/leventicinqueundici.noblogs.org\/?p=1010"},"modified":"2012-05-14T10:12:45","modified_gmt":"2012-05-14T08:12:45","slug":"fuochi-3","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/leventicinqueundici.noblogs.org\/?p=1010","title":{"rendered":"Fuochi"},"content":{"rendered":"<p>Difficile scrivere qualcosa di sensato quando una madre si d\u00e0 fuoco e altre due tentano il suicido. E\u2019 accaduto a Tunisi in questi giorni. Dopo il gesto di Jannet Rhimi, da gioved\u00ec ricoverata all\u2019ospedale per le ustioni riportate, altre due madri hanno agito sul proprio corpo l\u2019esasperazione di pi\u00f9 di un anno di attesa. Certo, c\u2019\u00e8 il dolore per i propri figli scomparsi, ma di fronte a gesti cos\u00ec estremi dovremmo chiederci tutte e tutti che cosa stia avvenendo e come sia possibile fare insieme qualcosa affinch\u00e9 non siano i corpi di queste madri a bruciare per poter ancora parlare.<\/p>\n<p>Anche noi, che insieme alle madri e alle famiglie dei migranti tunisini dispersi abbiamo dato luogo alla campagna \u201cDa una sponda all\u2019altra: vite che contano\u201d, nell\u2019ultimo periodo siamo rimaste silenziose. Che dire, infatti, dopo le infinite iniziative (sit-in, presidi davanti alle ambasciate, alle prefetture, lettere ai ministri) quando nulla riesce a scalfire il silenzio, il tergiversare, la non chiarezza con cui le istituzioni italiane e tunisine hanno deciso di trattare tutta questa vicenda? Si scrive un comunicato, di solito, per comunicare qualcosa, per denunciare, per chiamare a un\u2019azione.<!--more--><\/p>\n<p>Ma dopo l\u2019azione comune del 30 marzo scorso, con i presidi davanti all\u2019Ambasciata tunisina a Roma e quello delle famiglie e delle mamme dei migranti dispersi davanti all\u2019Ambasciata italiana a Tunisi, non sapevamo pi\u00f9 che cosa fare per farci sentire. Le mamme, a Tunisi, ancora una volta avevano saputo manifestare tutta la loro radicalit\u00e0 di donne che impongono una domanda di vita, assediando l\u2019Ambasciata italiana e accusando, con quel gesto, tutte le politiche dei patti, degli accordi bilaterali, della gestione e del governo delle migrazioni che hanno previsto la scomparsa dei loro figli e continuano a non rispondere sulla loro sorte. L\u201911 aprile, insieme alla delegazione dei famigliari in Italia abbiamo avuto un incontro, a Roma, al dipartimento dell\u2019immigrazione della polizia delle frontiere in cui ci era stato comunicato che il primo dischetto con le impronte digitali, 142 impronte arrivate dalla Tunisia, era ancora al vaglio della polizia scientifica per fare il riscontro con il database italiano. Il riscontro di altre 112 impronte, invece, non era ancora iniziato. Poi, dopo qualche giorno, c\u2019\u00e8 stato un susseguirsi di notizie informali e smentite di queste stesse notizie in arrivo dalle istituzioni tunisine. Il riscontro era terminato? Non lo era ancora? Perch\u00e9 durava cos\u00ec a lungo? Il risultato era negativo?<\/p>\n<p>Insomma, a pi\u00f9 di un anno di distanza un\u2019incapacit\u00e0 di parola e di trasparenza che esaspera il dolore e lascia spazio a tutte le ipotesi. Gi\u00e0, una sorta di delirio collettivo, \u00e8 l\u2019impressione di chiunque si avvicini a questa vicenda senza prendersi il tempo necessario per capire che cosa l\u2019abbia provocato. Partiamo allora dall\u2019inizio. Alcune madri e alcuni familiari riconoscono o credono di riconoscere i loro figli nei telegiornali italiani, altre ricevono telefonate dalle imbarcazioni che le avvisano che sono vicini all\u2019arrivo. Quanto tempo sarebbe stato necessario a un\u2019\u00e9quipe dei due paesi per fare un riscontro su quegli indizi, a partire dalle capitanerie di porto per sapere se quelle imbarcazioni erano arrivate, decifrare meglio le immagini dei telegiornali, capire da quali celle telefoniche erano arrivate le telefonate? E\u2019 in questo frattempo, durato pi\u00f9 di un anno e che continuer\u00e0 a durare, dal momento che nessuna \u00e9quipe \u00e8 stata prevista n\u00e9 dall\u2019Italia n\u00e9 dalla Tunisia, che ogni ipotesi \u00e8 diventata possibile. E\u2019 la prima volta che succede: le famiglie chiedono conto, pretendono di sapere, vogliono i loro figli, vivi o morti. Contro le leggi del loro paese che, complici delle politiche di governo delle migrazioni dell\u2019Unione europea, prevedono un reato di \u201cemigrazione clandestina\u201d, contro le politiche dell\u2019Unione europea e gli accordi bilaterali tra l\u2019Italia e la Tunisia che prevedono \u201cquote\u201d di visti, di ingressi regolari, cos\u00ec come \u201cquote\u201d di morti nei viaggi di tutti gli altri. E\u2019 la prima volta che succede ed \u00e8 un altro effetto domino della rivoluzione tunisina: verso l\u2019Europa, in questo caso, nella stessa direzione presa dai giovani tunisini per agire la loro libert\u00e0 di movimento dopo la libert\u00e0 conquistata con la rivoluzione. Madri, che con i loro corpi e le fotografie dei loro figli si presentano ad ogni visita ufficiale dei rappresentanti europei e italiani, che prendono d\u2019assalto l\u2019Ambasciata di un paese di destinazione urlando i nomi dei propri figli e con due striscioni in italiano e in arabo: \u201cDa una sponda all\u2019altra: vite che contano\u201d, \u201cLa terra \u00e8 di tutti\/e\u201d. Ed \u00e8 la prima volta che succede anche questo: i rappresentanti di due paesi, abituati a incontrarsi per dar corso ai loro accordi, obbligati ora a incontrarsi per scambiarsi impronte digitali non per espellere ma per rispondere alla richiesta di quelle famiglie. Non \u00e8 un caso, dunque, il lungo tempo passato prima che ci\u00f2 avvenisse e che ora, mentre il riscontro \u00e8 in fase conclusiva, nessuno sappia prendersi la responsabilit\u00e0 di parlare con parole di trasparenza alle famiglie che li hanno obbligati a quell\u2019operazione. Gli accordi bilaterali sono accordi di guerra e di scomparsa e le impronte solo uno degli strumenti per la loro realizzazione, non prevedono un linguaggio di vita che vuole figli, vivi o morti.<\/p>\n<p>Nel frattempo, in questo tempo lungo, sono i linguaggi di tali politiche, a guardar bene, ad aver continuato a parlare nei termini di un delirio. E\u2019 questo linguaggio il vero delirio collettivo, dal momento che \u00e8 riuscito a diventare senso comune di fronte a cui non c\u2019\u00e8 uno stupore generale. Qualche esempio: una ministra che di ritorno dalla Libia, ad inizio aprile, fa sapere che l\u2019Italia finanzier\u00e0 i lavori di ristrutturazione del \u201ccentro di trattenimento dei migranti a Kufra\u201d, noto campo di concentramento e di stupro delle donne l\u00ec \u201ctrattenute\u201d gi\u00e0 finanziato dall\u2019Italia; una portavoce dell\u2019Acnur che suggerisce di coinvolgere anche le navi commerciali nei controlli per \u201cintervenire tempestivamente\u201d al fine di impedire che si ripetano le tragedie in mare; sempre la stessa ministra che chiede alla Tunisia nuovi accordi nel rispetto dei diritti umani ma che rafforzino il controllo delle coste, come se tra i diritti umani non ci fosse quello alla vita che proprio i controlli delle coste non riconoscono. Infine, la condanna dell\u2019Italia da parte della Corta europea dei diritti dell&#8217;uomo; il cosiddetto caso Hirsi, accolto da tutti, antirazzisti compresi, come una vittoria contro i respingimenti in mare effettuati dall\u2019Italia insieme alla Libia a partire dal 2009: 24 cittadini somali e eritrei rimborsati con 15.000 euro per essere stati respinti con violenza in Libia insieme ad altri 200 migranti, l\u00ec incarcerati, l\u00ec maltrattati, per una spesa complessiva da parte dell\u2019Italia, per i suoi due anni di respingimenti, la sua complicit\u00e0 nelle incarcerazioni, nei maltrattamenti, negli stupri e nelle morti \u201clibiche\u201d, di 360.000 euro: nemmeno il costo di un bilocale in una citt\u00e0 italiana.<\/p>\n<p>Avremmo voluto, in tutti questi mesi, insieme alle mamme e alle famiglie tunisine, bruciare questa follia, smascherare il delirio dei linguaggi e vincere almeno una battaglia contro tali politiche. Poter dire non solo come denuncia, ma come realt\u00e0, che \u201cda una sponda all\u2019altra\u201d siamo riuscite, per una volta, a far contare le vite, quelle dei loro figli che hanno bruciato le frontiere, le loro che hanno continuato a cercarli, le nostre che insieme a loro siamo sempre pi\u00f9 immerse nei recinti delle vite che non contano. Brucia, invece, il corpo di una mamma, bruciano le mani del marito che ha cercato di spegnere quelle fiamme, mentre altre due donne tentano il suicidio.<\/p>\n<p>Non \u00e8 il tempo dei comunicati. Forse, quello di chiederci tutte insieme come continuare ad affermare contro queste politiche che le vite contano.<\/p>\n<p>Le Venticinqueundici<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Difficile scrivere qualcosa di sensato quando una madre si d\u00e0 fuoco e altre due tentano il suicido. E\u2019 accaduto a Tunisi in questi giorni. 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